Tillbaks till startsidan

Prefazione
Ogni giorno assistiamo a guerre e conflitti sanguinosi che distruggono vite umane, beni materiali e immateriali, e rendono l’uomo cosiddetto «civilizzato» più simile a un animale feroce che a un essere realmente «umano». Pulizia etnica, stupri, massacri di gruppo e genocidio di interi popoli, sono ormai diventati concetti che tutti conoscono e che sono purtroppo un fatto non sporadico, ma quasi quotidiano. I giornali parlano inoltre sempre più di partecipazione a queste orrende operazioni di guerra e di violenza di minorenni, o di giovani, che uccidono quasi per gioco loro coetanei, o diventano quadri, talvolta anche i più spietati, di gruppi mafiosi o di gruppi paramilitari che si macchiano dei più orrendi crimini, in varie parti del mondo.

La domanda che viene in mente ad ogni persona cosiddetta «benpensante» è: «Ma come è possibile che tutto questo succeda? Come è possibile che le persone, e sono tante, che dicono di aborrire la guerra e la violenza armata, non si muovano, non si organizzino, e non cerchino di rovesciare questo stato di cose per dar vita a un mondo realmente, ‘civile e umano’?».

La risposta che più frequentemente viene data a queste domande è quella della cosiddetta aggressività innata dell’essere umano, che cioè questo sarebbe un aspetto «normale» dell’uomo che solo gli utopisti, o gli inguaribili idealisti, cercano di modificare, ma senza necessariamente riuscirci. Secondo questi studiosi l’unica alternativa valida è una «realpolitik» che non si illuda di cambiare l’uomo ma cerchi di mettere sotto controllo le fonti di instabilità esistenti nel nostro pianeta e nelle nostre regioni utilizzando però, per questo, proprio quella forza e quelle armi che invece gli utopisti vorrebbero mettere fuori legge.

Ma la teoria dell’aggressività naturale dell’uomo è in crisi. Alcuni dei più validi studiosi di questo secolo, sia psicologi (si pensi, per esempio, a Eric Fromm), sia etologi (si pensi a Eibl Einbesfeld), sia antropologi (ad esempio, Margaret Mcad), sia sociologi (Pitirim Sorokin), e tutto il gruppo interdisciplinare, cui hanno partecipato notissimi studiosi di tutto il mondo e di molte discipline, che prende il nome dal luogo dove si è riunito e dove ha scritto il proprio documento, e cioè Siviglia (a cui si richiama anche l’autore di questo libro) l’hanno autorevolmente inficiata e messa sotto accusa.

E si sta sviluppando e sta prendendo piede una teoria diversa che vede invece come una delle principali cause di questi comportamenti la passività dell’uomo, cosiddetto «normale», rispetto al potere, la sua obbedienza acritica ai comandi ricevuti, la sua mancanza di coraggio ad andare controcorrente e a mettere in discussione i «dogmi» del gruppo di cui fa parte (nota 1). Tra gli autori che hanno maggiormente contribuito allo sviluppo di questa nuova teoria ci sono sicuramente, oltre a Fromm, già citato, uno psicologo sperimentale, Milgram, che, per cercare di capire lo sterminio degli ebrei organizzato dai nazisti in Germania, ha fatto gli studi più approfonditi sull’ubbidienza acritica delle persone cosiddette «normali», e Koestler, noto romanziere di origine ungherese che era stato, da giovane, membro del partito comunista, e che ha cercato in seguito di capire, anche sul piano scientifico, le cause della violenza e dei crimini più efferati fatti in nome, spesso, di un ideale e dell’appartenenza ad un gruppo (nota 2).

E anche i seminari di ricerca da me diretti, che stanno studiano da anni gli atteggiamenti e i comportamenti dei giovani nei riguardi della pace e della nonviolenza, tendono a portare elementi di conferma a questa seconda teoria. Dalle nostre, e da altre ricerche sulla partecipazione dei giovani e delle persone in genere alla vita sociale e politica, e in particolare ai problemi della pace e della guerra, emerge chiaramente che le persone veramente attive sono una minoranza. Le persone che lavorano attivamente per un mondo di pace, tra le quali i giovani sono particolarmente presenti, sono circa un 20% del totale. Non ci sono molti studi su questi aspetti ma quasi sicuramente, se si facessero ricerche sulle persone realmente attive per la guerra, e che a questa sono interessate per ragioni di prestigio o di guadagno (leaders che portano avanti una politica di potenza, costruttori e venditori di armi, o quella parte dei militari che temono di perdere il proprio potere, il proprio prestigio, il loro lavoro, ecc.) anche qui la percentuale non sarebbe sicuramente superiore a quella su indicata. C’è quindi circa un 60% della popolazione, soprattutto adulta, e con maggior potere dei giovani, che non è attiva né per la pace né per la guerra. È la famosa «maggioranza silenziosa», che qualcuno chiama «zavorra», che come quest’ultima, a seconda che venga messa, o trascinata, in una parte o nell’altra del gioco della guerra e della pace, fa pendere la bilancia da quel lato.

I politici del potere e i fautori della guerra conoscono bene questo fatto e mettono in moto tutti gli strumenti a loro disposizione (in particolare le televisioni, le radio e i giornali, ma spesso anche la scuola) per dipingere a tinte fosche il «nemico», presentandone, e anche inventandone, malefatte e crimini. E se il nemico non c’è ancora, e la sua mancanza crea problemi ai gestori del potere (si pensi alle tante guerre messe in atto solo per trovare un capro espiatorio all’esterno, e distogliere lo sguardo dei cittadini dai problemi economici e politici interni a un determinato paese), quegli stessi strumenti vengono utilizzati ai fini di costruirlo. Basterebbe vedere, a conferma di questo fatto, le varie ricerche fatte sul ruolo della propaganda e sull’importanza dei mezzi di comunicazione di massa, sia per la guerra del Golfo sia per quella jugoslava.

Ma i pacifisti e i nonviolenti, che di solito non sono al potere e vengono da questo tutto al più sopportati e tollerati, non hanno questi strumenti e non possono perciò utilizzarli ai fini di spostare la zavorra dal loro lato. E d’altra parte, anche se ne disponessero, questo sarebbe in contraddizione con il loro messaggio che non cerca di spostare la zavorra da un lato all’altro, ma di smembrarla trasformandola in persone coscienti e responsabili.

Sul come portare avanti questo lavoro è estremamente istruttivo il lavoro di Lennart Parknäs che finalmente, grazie a questa edizione, il pubblico italiano può conoscere nella sua interezza. Parknäs è uno psicologo svedese, impegnato da anni con l’«Associazione degli Psicologi contro le Armi Nucleari, per la Pace e per un Equilibrio Ecologico», e noto in Italia, per il momento, solo a un pubblico ristretto che aveva partecipato ad un convegno di psicologi a Roma contro la guerra nucleare (nota 3) e agli entusiasti partecipanti di alcuni seminari da lui diretti, tra l’altro, presso la «Casa per la Pace» di San Gimignano (nota 4). Mi auguro che la traduzione in italiano di questo libro permetta di far conoscere le idee di questo studioso a tutte le persone interessate alla pace, alla nonviolenza, al dialogo interculturale, e che in questo campo lavorano sia come insegnanti, come «trainers», come attivisti o come ricercatori.

Parknäs parte da una analisi critica di quello che è l’approccio tradizionale del movimento per la pace, non solo svedese, per modificare l’atteggiamento e il comportamento delle persone che fanno parte, appunto, di quella zavorra di cui ho parlato prima: approccio che si può condensare in due parole «dall’allarme all’azione». Questo consiste di solito nel presentare i rischi di una guerra nucleare per la sopravvivenza della stessa umanità e per l’equilibrio ecologico del nostro pianeta, sperando con questo di allargare il numero di persone preoccupate su questo problema e di renderle attive nel risolverlo. Questo approccio punta, cioè, ad aumentare la paura delle persone sperando che dalla paura possa nascere un successivo impegno a essere attivi. Sulla base di ricerche di molti studiosi egli mostra come questo approccio non solo non serva allo scopo ma sia addirittura controproducente, perché la paura invece che all’impegno porta a ricercare varie forme di fuga. E in particolare tende ad aumentare il numero delle persone che si sentono «prive di potere», e perciò alienate, e che perciò, invece di agire, si rifugiano nella fuga, nella passività, o nella disperazione. E sulla base di una serie di studi approfonditi e di un confronto tra modelli di intervento utilizzati in psicoterapia o nel campo della formazione alla nonviolenza, e in base a un approccio inserito all’interno della teoria sistemica e che l’autore definisce come «nuovo paradigma», Parknäs presenta invece un modello molto più complesso (che non anticipo qui per non togliere al lettore il gusto di scoprirlo da solo) adatto ad attivare un processo che permetta alle persone di passare dall’allarme all’azione ma attraverso fasi intermedie indispensabili a superare la sensazione di disperazione, o la reazione di fuga, e a diventare effettivamente attive, uscendo perciò dal loro precedente stato di «zavorra» (trasportabile, perciò, da una parte all’altra per iniziativa di forze esterne).

Ma per sottolineare di nuovo l’importanza del libro di Parknäs per tutti coloro che si prefiggono lo scopo di allargare il numero e la qualità delle persone attive per la pace e la nonviolenza tornerò ora a parlare dei risultati delle nostre ricerche. In una indagine su un campione piuttosto alto di giovani studenti di varie parti d’Italia abbiamo riscontrato un grosso distacco tra pacifismo dichiarato e un comportamento conforme a questo atteggiamento, e cioè la loro partecipazione a iniziative per la pace. La causa principale di questo distacco, secondo gli stessi studenti intervistati, è la loro sensazione di impotenza (che io di solito chiamo «alienazione» e che Parknäs definisce invece «helplessness» oppure «powerlessness» cioè «impotenza» - si vedano le schede 8 e 9 alla fine di questo volume), di far parte cioè di una società che loro non sono in grado di modificare. La risposta tipica dei giovani che sono in questo stato d’animo è: «non serve a nulla darsi da fare tanto quelli che hanno il potere fanno quello che vogliono». In una delle nostre ricerche, in particolare, abbiamo cercato di capire, chiedendolo agli stessi intervistati, l’elevatissima caduta del livello di partecipazione die giovani alle manifestazioni e alle iniziative per la pace riscontrato dopo la guerra del Golfo, rispetto a quello trovato prima. L’ipotesi esplicativa emersa dalla ricerca è stata quella che questa guerra aveva notevolmente accresciuto la loro sensazione di essere «oggetti» e non «soggetti» della politica, e che era aumentato in loro perciò il senso di alienazione soggettiva (desiderio di uscirne che emergeva anche dalla loro ricerca di forme di educazione che lasciassero spazio alla loro creatività e autonomia), e di liberarsi perciò da quello che Parknäs definisce «surplus powerlessness» (scheda n. 9) (nota 5). Come scrive giustamente l’autore di questo libro il primo passo da fare per uscire da questa sensazione di impotenza è quello di liberarsi dell’idea di essere i principali responsabili di quanto succede, ed eliminare perciò i propri sensi di colpa che portano appunto a quella «alienazione soggettiva», o «impotenza aggiuntiva» di cui parla Parknäs, per riacquistare la coscienza e il controllo del proprio sé, del proprio potere, e della propria identità e integrità. Solo dopo, e a poco a poco, come ci spiega Parknäs, ponendosi obiettivi raggiungibili, si può cominciare a lavorare per superare la mancanza di potere oggettiva (o alienazione oggettiva), passando gradualmente ad affrontare problemi sempre più grandi.

Lo scopo di questo libro è appunto quello di insegnarci come fare a riacquistare quel potere che la società, spesso con il nostro aiuto, tende a toglierci, rendendo perciò anche noi, come tanti altri, zavorra trasportabile da una parte all’altra. Ma una società realmente democratica non può reggersi su persone alienate e impotenti, atteggiamenti che sono invece necessari e incoraggiati da società autoritarie e dittatoriali. Per questo, se non vogliamo che la nostra società apra sempre più spazi a posizioni e personalità, di tipo fascista e autoritario, è importante far tesoro delle lezioni di Parknäs, che emergono da un lungo lavoro nel campo della lotta per la pace e la formazione di persone nonviolente, in modo da apprendere bene anche noi «il lavoro per la sopravvivenza» nostra e dell’umanità intera. Ma non dobbiamo trasformare il modello che ci indica questo autore nella panacea che risolve tutti i problemi, come ci mette in guardia lui stesso invitandoci a non credere nel Metodo, con la M maiuscola, ma a considerarlo come un utile percorso di ricerca, formazione, sperimentazione proiettando alla crescita della persona umana e del suo potere di intervenire nel mondo che lo circonda. Infatti nei seminari da lui diretti ci stimolava a sviluppare la capacità di utilizzare metodologie, tecniche e strumenti anche diversi tra loro (anche inventati da noi stessi) che potessero essere utili al procedere nel percorso previsto (nota 6). Perciò il formatore doveva avere nelle sue tasche più sassolini (per riprendere l’immagine di Pollicino) che erano gli strumenti da tirar fuori al momento giusto, e cioè man mano che da una fase del processo da lui delineato, emergeva l’esigenza e la possibilità di passare a quella successiva, con l’obiettivo finale, come si dice nel titolo di questo libro, di ritrovare la speranza di salvare il nostro pianeta dalla distruzione nucleare ed ecologica.

Alberto L’Abate


Note
1. Si veda A. L’Abate, Consenso, conflitto e mutamento sociale: introduzione ad una sociologia della nonviolenza, Franco Angeli ed., Milano 1990, in particolare alle pp. 125-126.
2. Si vedano S. Milgram, Obbedienza all’autorità, Bompiani, Milano 1975; e A. Koestler, The ghost in the machine, Hutehinson, London 1976 (2a ediz.).
3. Si veda L. Parknäs, «Dal senso di impotenza all’azione: procedimenti in psicologia sociale» in E. Ponzo, G. Tanucci (a cura di), La guerra nucleare: rappresentazioni sociali di un rischio, F. Angeli ed., Milano 1992.
4. Si vedano: La palla gialla: diario di un gruppo all’esplorazione di un paesaggio umano, 19-25 agosto 1990, e, Dall’allarme all’azione: seminario di formazione sui processi psicologici nelle situazioni di crisi esistenziale, 26-31 agosto 1990. Atti ciclostilati a cura della Casa per la Pace di San Gimignano, Siena.
5. Queste e le altre ricerche sullo stesso argomento sono riportate in A. L’Abate, Marte o Cerere? Ricerca, Educazione e Azione per la Pace: percorsi interattivi, Quaderni IPRI, n. 2, Pangea Ed., in corso di stampa.
6. Per i lettori di questo libro interessati alla formazione alla nonviolenza, che vogliano arricchire i loro strumenti per questo scopo, può essere utile anche la lettura di un altro libro su questo stesso argomento: E. Euli, A. Soriga, P.G. Sechi, S. Poddu Crispellani, Percorsi di formazione alla nonviolenza: viaggi in training (1983-1991), Satyagraha ed., Torino 1992 2a ediz.

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