Rassegna di Psicologia, Nuova serie, Vol VIII, N.2, 1991
DAL SENSO DI IMPOTENZA ALL'AZIONE:
PROCEDIMENTI IN PSICOLOGIA DELLA PACE .
Lennart Parknäs
Associazione degli Psicologi contro le Armi Nucleari; Svezia
Traduzione a cura di
Francesco Tullio e Anna D'Agostino.
Questo lavoro è nato dalla constatazione che non sempre il movimento per la pace sembra usare i dati della ricerca psicologica nel pianificare la propria attività.
La prima parte di questa relazione tratta dei messaggi che evocano paura e dei loro effetti. Vengono passati in rassegna più di 30 anni di ricerche.
Nella seconda parte ci basiamo sulla teoria della crisi per descrivere cosa succede alla gente quando è minacciata da una guerra nucleare.
La terza parte fornisce una rassegna dei modelli che ci aiutano a scoprire cosa ci condurrà dallo stadio dell'allarme ad uno stadio d'azione.
La quarta parte è una discussione delle altre parti che si conclude con una proposta di modello procedurale che puo essere usato nell'attività per la pace.
Negli ultimi anni il movimento per la pace si è reso molto visibile. Molte persone sono coinvolte in diverse situazioni e su diversi aspetti. C'è motivo di credere nella sincerità di tutti i militanti per la pace. Essi usano le loro energie, il loro tempo e la loro intelligenza per affermare il loro messaggio: la guerra nucleare distruggerà le nostre possibilità di vivere sulla terra; la guerra nucleare è così disastrosa che deve essere impedita. Numerosi sono i metodi da essi adottati. Senza mettere in dubbio il loro scopo, dobbiamo tuttavia porre una questione cruciale: supponiamo che sia inutile? Ipotizziamo che come risultato del loro messaggio la gente non acquisisca maggiore forza. Supponiamo che la gente eviti il messaggio degli attivisti pacifisti.
Supponiamo che come risultato la gente si convinca che abbiamo bisogno di armi nucleari. Supponiamo che il risultato sia che la gente resti passiva come prima o anche più di prima.
Dobbiamo affrontare queste ipotesi anche se ciò intacca la fiducia che abbiamo in noi stessi. D'altro canto esiste la possibilità di rifinire i metodi usati affinché la gente acquisti più forza e non eviti il messaggio e non si annoi, ma diventi più attiva che mai.
Possiamo spaventare la gente per indurla a lavorare per la pace?
Uno dei metodi più usati nel movimento per la pace è quello di dare informazioni sulle conseguenze della guerra nucleare. Per esempio lo scopo di una delle più conosciute organizzazioni pacifiste, la Associazione Internazionale dei Medici per la Prevenzione della Guerra Nucleare, è quello di «informare sulle conseguenze mediche della guerra nucleare». Questa informazione in merito all'esplosione, alla distruzione, alle radiazioni e all'inverno nucleare ovviamente è terrificante e provoca molta paura. Cosa succede alla gente che riceve questa informazione? Siamo sicuri che saranno attivi nel prevenire la guerra nucleare? Il problema è così grave che dobbiamo essere ben sicuri degli effetti di questo tipo di lavoro.
Porterò degli argomenti per cui non è affatto sicuro che gli effetti di un'informazione che suscita paura, siano quelli di un maggiore impegno della gente per prevenire una guerra nucleare. C'è una vasta letteratura su questo problema e noi abbiamo la responsabilità di utilizzarne i risultati. Fornirò una breve rassegna di alcuni degli studi e delle teorie sui messaggi che provocano paura e sui loro effetti.
La ricerca classica è quella di Janis e Feshbach del 1953, in cui tre diverse intensità di ricorso alla paura furono comparate in una conferenza sull'igiene dentale (Janis e Feshbach, 1953). Nella maggior parte dei testi i risultalti sono riferiti come segue: un moderato ricorso alla paura conduce all'accettazione delle azioni raccomandate ed a comportamenti protettivi; un alto o basso richiamo alla paura, non porta all'azione protettiva. Lo studio di Janis-Feshbach identifica in tal modo il problema nel trovare il corretto livello di dcorso alla paura, cioè quello moderato. Questo forse è possibile se discutiamo su come indurre la gente a spazzolarsi i denti. Ma come possiamo dare il messaggio che saremo tutti spazzati via da una tempesta nucleare con un moderato dcorso alla paura?
Quando studiamo la relazione di Janis-Feshbach in dettaglio vi troviamc un marcato avvertimento contro l'uso di un alto ricorso alla paura: «La conclusione principale che emerge dal complesso delle scoperte è che l'efficacia complessiva di una comunicazione persuasiva tende ad essere ridotta dall'uso di un forte ricorso alla paura, se essa evoca un alto grado di tensione emotiva senza che venga adeguatamente soddisfatto il bisogno di rassicurazione» (Janis e Feshbach, 1953, p. 92).
Nel 1970 Leventhal presentò un'alternativa all'«ipotesi difesa» o «modello guida» (drive model) proposta da Janis-Feshbach (Leventhal 1970). Egli introdusse il «modello della risposta parallela» che suggeriva come i messaggi di ricorso alla paura attivassero non soltanto reazioni emotive per controllare la paura (come nel drive model) ma anche - ed indipendentemente - risposte cognitive per controllare il pericolo. Ciò fornisce a movimento per la pace una nuova traccia per i metodi di lavoro: dobbiamo lavorare su entrambi gli aspetti del messaggio. Dobbiamo generare controllo della paura, cioè reazioni che diminuiscano la paura, e dobbiamo generare controllo del pericolo, cioè reazioni che riducano il pericolo. Questo è un importante contributo alla nostra strategia.
Ma Leventhal ci dà lo stesso avvertimento di Janis-Feshbach contro l'uso di un alto ricorso alla paura: «rischiamo di suscitare varie forme di resistenza all'accettazione del messaggio, se presentiamo comunicazioni che combinano una vivida informazione su una minaccia con una chiara informazione sulla propria vulnerabilità ad essa» (Leventhal, 1971, p. 1220).
Nella sua teoria della protezione-motivazione, R.W. Rogers ha tentato di elaborare ulteriormente queste osservazioni. Egli ha introdotto tre diversi fattori di comunicazione che incidono sulla nostra intenzione di adottare la risposta raccomandata (Rogers, 1975). Essi sono:
l'ampiezza della nocività, che riguarda la gravità percepita della minaccia;
la probabilità dell'evento, che riguarda la percezione della probabilità di essere soggetti al pericolo;
I'efficacia della risposta raccomandata, che riguarda la percezione della utilità di compiere l'azione raccomandata.
Il messaggio di Rogers ai militanti pacifisti è che l'intenzione della gente di adottare la risposta raccomandata è massima quando essi possono essere convinti della gravità della minaccia e rendersi conto del rischio di una guerra nucleare ed essere convinti che, se adottano la risposta raccomandata, questa controllera o allontanera il pericolo. Il movimento per la pace cerca veramente di fare le prime due cose, ma chi può garantire che la «risposta raccomandata~» («firma questo appello», «partecipa a questa manifestazione», «sostieni il nostro gruppo») escluderà la possibilità di iniziare una guerra nucleare?
Sfortunatamente la teoria di Rogers non è sufficientemente sostenuta da dati sperimentali. Lo stesso Rogers (Rogers-Mewborn, 1976) è d'accordo con la suddetta citazione di Leventhal che le resistenze sorgono quando un individuo si sente vulnerabile ed incapace di risolvere la minaccia Higbee (1970) che parzialmente lavora secondo la teoria di Rogers - trovò anche che, «al crescere del livello di percezione della paura, la gravità percepita cresce a livello esponenziale, mentre la percezione della probabilità dell'evento decresce a livello esponenziale». Questo deve significare che qualche sorta di meccanismo di difesa viene attivato quando la paura/gravita diventa troppo alta: «non può succedere a me!».
Beck-Frankel (1981) cercano di risolvere il problema delle reazioni difensive distinguendo due fattori nell'efficacia percepita di Rogers: uno è l'efficacia della risposta (corrispondente all'efficacia di Rogers) e l'altro è l'efficacia personale chiamata anche luogo interno del controllo (internal locus of control, vedi per es. Tyler-McGraw, 1983). L'efficacia della risposta è definita come «la relazione percepita tra l'esecuzione della risposta raccomandata e la ridazione dell'evento descritto». L'efficacia personale e definita come «l'abilità percepita dalla persona di eseguire con successo l'azione raccomandata». Questi due fattori danno il loro contributo a quello che Beck-Frankel chiamano controllo della minaccia percepita. Entrambi i fattori devono raggiungere un punto critico per dare un risultato positivo. Un basso controllo della minaccia percepita può essere causato da una bassa efficacia della risposta o da una bassa efficacia personale o da entrambi.
Ciò evidenzia nuovamente le difficoltà per il movimento per la pace. Abbiamo già menzionato il problema di garantire l'efficacia della risposta. Fra l'altro per molte persone «gli armamenti» hanno un'alta efficacia di risposta. «Se vuoi la pace, prepara la guerra». Parlare dellefficacia personale rende il problema anche più grande. Gli effetti della combinazione di queste forze sono illustrati molto bene in una ricerca di Tyler-McGraw (1983). Questi autori hanno mostrato che l'idea che sia possibile arrestare la guerra ma impossibile sopravviverle, sollecita e mobilita i militanti pacifisti poichè essa implica sia una alta efficacia personale che un'alta efficacia della risposta. Ma questo vale anche per le persone che s'impegnano in una condotta di sopravvivenza come il costruire rifugi accumulare cibo e così via. Costoro pensano che la guerra non si possa arrestare ma che sia possibile sopravviverle! Alta efficacia della risposta ed alta efficacia personale!
Nella propaganda per l'igiene osserviamo che l'alta efficacia della risposta non garantisce l'alta efficacia personale: posso essere certamente convinto e consapevole che smettere di fumare abbia un'alta efficacia di risposta sulla mia salute ma posso continuare a fumare perché ho una bassa efficacia personale per eseguire con successo l'azione raccomandata. La stessa cosa vale ancor più per la condotta pacifista. Questo si rispecchia in motti come:
- Che importa quello che faccio?
- Tanto decidono loro lassu!
Ma il movimento per la pace non può semplicemente affermare che la condotta della gente non cambierà perché la loro efficacia personale è troppo bassa. Se l'efficacia personale della gente è bassa, il movimento per la pace deve accrescerla! In altri termini: e un contributo rilevante alla pace incrementare l'efficacia personale della gente anche se il tema dell'impegno non è direttamente la pace.
Questa rassegna di ricerche sui messaggi che generano paura, termina con una analisi sulle indagini sperimentali condotta da Boster e Mongeau (1984). Attraverso la meta-analisi un metodo che consiste nella raccolta e nell'analisi di statistiche comparate fra diversi studi, essi furono in grado di mostrare le relazioni tra il messaggio dato che genera paura, la percezione della paura l'opinione ed il comportamento.
Circa la relazione tra messaggio e paura percepita, essi poterono utilimare 40 studi con un campione totale di 7.016 soggetti.
Trovarono una correlazione media ponderata di .36 il che indica che «i ricercatori non creano forti manipolazioni di ricorso alla paura» (ibid., p. 362). Per la relazione tra messaggio ed opinioni essi poterono usare 25 studi con 3.892 partecipanti. La correlazione media ponderata fu .21 «che indica come le manipolazioni sulla paura non esercitano un forte impatto sugli atteggiamenti» (ibid., p. 363). Per le relazioni tra messaggio e comportamento essi poterono usare 15 studi con 3.080 partecipanti. La correlazione mediaponderata fu .10, così piccola che «è difficile abbozzare ogni sicura conclusione» (ibid., p. 364). Essi riassumono: «nessuna delle argomentazioni a favore del ricorso alla paura è compatibile con le prove disponibili» (ibid, p 366).
Questa analisi è sconvolgente per l'approccio che tende ad evocare spavento.
Questa rassegna mostra che i ricercatori iniziarono con l'indagare il problema di come adattare il messaggio che suscita paura per cambiare gli atteggiamenti e le condotte della gente; il pensiero che sta dietro a questo approccio dev'essere stato che, una volta trovata questa forma ideale, avrebbe potuto essere usata come un pungolo per l'azione. Come abbiamo visto, questa ricerca non è stata in grado di fornire una risposta indiscutibile. Possiamo osservare come le teorie si concentrino sempre più su certe qualita o prerequisiti dell'individuo. Se un soggetto ha un «controllo della paura» oppure un «controllo del pericolo» oppure ancora un «locus interno di controllo» oppure... allora il messaggio che ricorre alla paura può condurre all'azione. Questo non aiutera il movimento per la pace. Non possiamo rivolgerci soltanto a questa gente. A parte il fatto che è probabile che queste persone siano già attive nel movimento per la pace. Il grande gruppo che ci poniamo come obiettivo di sensibilizzazione sono quelle persone che non hanno un adeguato «controllo della paura» o un adeguato «locus interno di controllo». Basandoci sulla indagine citata possiamo ritenere che il grande gruppo a cui ci rivolgiamo non può essere raggiunto da messaggi che evocano paura, al contrario c'è una grande rischio che il timore e l'ansietà provocati possano condurre ad una maggiore passività.
Per ricapitolare, l'approccio che usa i messaggi di paura per indurre la gente all'azione è una via pericolosa, piena di trappole. Contro l'uso di questi messaggi abbiamo ricevato severi avvertimenti che ci dicono che potremmo ottenere un effetto contrario e non l'attivazione della gente. Anche se rifiniamo i nostri messaggi, come indicato in molte delle indagini citate, il grande problema dell'efficacia personale - per usare la terminologia di quest'area di ricerca - esiste ancora. Come già affermato il movimento per la pace deve incrementare lefficacia personale della gente. Ma come? Non abbiamo ancora trovato una risposta in queste ricerche. Ma con la nozione di «efficacia personale» ci inseriamo nel pensiero psico-dinamico che prende in considerazione concetti quali fiducia in se stessi, identita e sviluppo personale.
Dobbiamo trovare un altro modo di guardare al problema. Per trovare delle vie d'uscita dobbiamo concentrarci sulla condizione dell'individuo nella società moderna.
Perché non tutte le persone lavorano per la pace?
Non è una domanda retorica. La situazione naturale sarebbe che tutti agissero per la pace con un forte impegno! Per cui, perché non tutti lavorano per la pace?
Cercheremo di mostrare che quello che accade quando la gente è minacciata dall'annichilimento ha molte analogie con quello che nella letteratura psichiatrica viene chiamata crisi traumatica.
Abbiamo esaminato diverso modelli di crisi traumatica come quelli di Selye (Selye, 1976) e di Caplan (Caplan, 1964) ma abbiamo scelto a dimostrazione un modello proposto da Cullberg (1975). Gli stadi sono:
1. shock;
2. reazione;
3. blocco (locking) e sviluppo del sintomo;
4. nevrotizzazione.
Durante il primo stadio l'individuo cerca di mantenere a distanza la realtà brutale che cerca di invaderlo, che può essere l'improvvisa morte di un parente, la diagnosi di cancro, la minaccia di distruzione in una guerra nucleare o quant'altro.
Il secondo stadio inizia quando l'individuo è costretto a confrontarsi con la realtà. Allora si mobilitano i meccanismi di difesa. Negli stadi successivi questi meccanismi di difesa si sviluppano ulteriormente nel tentativo di rendere l'individuo capace di affrontare la realtà.
Il ruolo dei meccanismi di difesa è importante. Essi sono atti a distorcere la realtà in modo da consentire all'individuo di farvi fronte. I meccanismi di difesa più comuni sono:
la regressione - il tornare indietro ad un precedente stadio di sviluppo, per es.: con una fiducia ingenua nelle autorita oppure un sentimento altrettanto ingenuo di onnipotenza: «I nostri governanti sanno quello che fanno», oppure: «Sistemo tutto io»;
la negazione - il vedere la minaccia ma rifiutarla: «Non possono essere cosl matti» o «Non può succedere qui»
la proiezione - il proiettare propri sentimenti o caratteristiche in altri: «E' colpa dei russi/americani»;
la razionalizzazione - I'usare argomenti apparentemente logici e ridurre la propria esperienza di minaccia: «La bomba nucleare e fatta per non essere usata»;
l'isolamento - non si conoscono i propri sentimenti percio si può parlare con calma della minaccia.
la repressione - un atto conscio paragonato all'isolamento.
la rimozione - quello che è successo è completamente lontano dalla coscienza.
Questo è esattamente ciò che accade all'individuo che fa fronte alla minaccia di una totale estinzione in una guerra nucleare. Non stiamo dicendo che all'uomo moderno potrebbe essere diagnosticata una nevrosi cronica, ma che i due processi hanno così tanti aspetti in comune che possiamo imparare qualcosa da questo. Nella letteratura psicologica ci sono molti esempi che indicano questa similitudine con la nevrosi cronica. Richter (1982) la chiama con quello che potrebbe essere tradotto come «malattia della inquietudine» (in inglese sickness of unpeacefulness. Originale tedesco: die Kraniheit der Friedlosigleit. Friedlosigkeit = inquietudine ma letteralmente mancanza di pace) ed afferma per esempio:
« I dirigenti politici realizzano ed evidenziano direttamente i prerequisiti, indicati nei testi, di una incrementata disposizione a disturbi psichici e psico-somatici dell'equilibrio mentale».
« La paura di essere senza valore o addirittura perduti se non si può diventare grandi e potenti... è una nevrosi maschile collettiva».
«Che la militarizzazione psichica da entrambi le parti presenti i sintomi di una reale paranoia collettiva puo essere confermato studiando i criteri di diagnostica differenziale nei testi di psichiatria».
Lifton (1982) ha introdotto il concetto di «ottundimento psichico» che indica «una categoria complessiva dello stato psichico che include i meccanismi di difesa psicoanalitici standard della negazione, della repressione e della rimozione» (ibid.). Egli ritiene che la situazione sia addirittura più grave e parla di scissione (split) e propone il termine «raddoppio» con cui intende dire: «non è che uno sia parzialmente intontito ed abbia la sensazione di una specie di divisione di se stesso, bensi negli americani si forma un vero e proprio secondo Io» (ibid.).
Ed in tutta questa situazione, addirittura neghiamo la nostra ansia. Ma la negazione e appunto, un meccanismo di difesa. «Che essi non vivano la follia dell'armamento come una minaccia, non e il segno di una reale immunita dell'ansia» (Richter, ibid.).
I nostri meccanismi di difesa sono razionali nel senso che ci aiutano a far fronte alh cruda realtà. E' vero, senza di loro non saremmo in grado di lavorare, di vivere. Ma dobbiamo essere consci della loro esistenza perché ci aiutano distorcendo la realtà, in modo da poter vivere con la nostra ansia, ma ciò significa che non siamo poi così capaci di tener testa al nostro problematico mondo.
Esiste una via d'uscita? Si, ed è ciò che studieremo.
Iniziamo con le teorie della crisi traumatica. Esse sono intese a mostrare una via d'uscita. Cullberg (ibid.) propone una via alternativa. Se si ottiene aiuto nello stadio della reazione e si mobilitano le risorse interiori si è in grado di passare auraverso la crisi e trovare un nuevo corso. Allora il suo modello risulta essere:
1. shock;
2. reazione;
3. ehborazione;
4. nuovo corso.
Cosa si fa allora nel terzo stadio, nella elaborazione? Cullberg indica tre coppie contrastanti di fattori in cui la variante negativa si riferisce alla crisi e quella positiva alla guarigione:
- auto-negazione contro auto-stima;
- solitudine contro affinità;
- nonsenso (caos) contro scopo.
II processo della elaborazione è descritto in un'ampia leueratura abbiamo fatto una rassegna dei modelli di processo psicologici e psicoterapeutici per vedere cosa possiamo utilizzare nel lavoro per la pace.
Modelli di procedimento psicologici e psicoterspeutici
Poiché mi occupo da circa vent'anni di sviluppo e di addestramento di gruppi ho studiato molti modelli di processo sia praticamente che da un punto di vista teorico. Mi convinco sempre più che, anche se in superficie sembra ci siano differenze tra modelli diversi, esiste un profondo - o è elevato? - livello di nocciolo comune: Ho la stessa sensazione quando studio i modelli terapeutici. Trattano sempre le stesse cose. Non solo, ci sono stati molti tentativi di comporli insieme in un metamodello. Ho fornito altrove un'analisi dettagliata di molti di questi modelli, inclusi alcuni dei metamodelli (Parknäs, in corso di pubblicezione in svedese).
Farò un tentativo di trasmettervi questa impressione attraverso un breve, brevissimo riferimento ad una serie di modelli. Forse vi sentirete frustrati per questa enumerazione senza una più approfondita spiegazione ed analisi, ma il mio scopo e solo quello di darvi la sensazione di questo comune nucleo.
Percio cominciamo!
Spesso i modelli di processo sono riassunti in brevi titoli che indicano il contenuto di ogni stadio come quello di Battegay (1984-85):
1. contatto esplorativo;
2. regressione;
3. catarsi;
4. presa di coscienza (insight);
5. apprendimento sociale;
o quello di Tuckman (1965):
1. formazione (forming);
2. scatenamento (storming);
3. normalizzazione (norming);
4. esecuzione (performing).
Alcuni modelli come quello di Bemporad (1967), descrivono cosa fa il capo gruppo o il terapeuta:
1. stabilire un rapporto terapeutico;
2. aiatare a ristrutturare rapporti interpersonali;
3. aiutare ad affrontare (to scope) efficacemente i problemi della vita.
Alcuni modelli, come quello di Mann (1967), descrivono i comportamenti dei partecipanti:
1. Iagnanza iniziale (initiale complaining);
2. attivezione prematura (premature enactment);
3. confr;onto (confrontation);
4. interiorizzazione (internalization)
o quello di Dumphy (1964) che si basa sulle culture emotive del gruppo (emotional group cultures) di Bion:
1. dipendenza (dal leader);
2. Iotta (attacco al leader);
3. fuga (dal leader del gruppo);
4. accordo (pairing = appaiamento) esperienze di calore, intimità, sostegno).
Modelli simili vengono proposti per es. da Slater (1966), Beck (1981), Bennis e Shepard (1965), MacKenzie-Livesley (1984), Mcleod (1984), Mills (1964). Schroder e Harvey (1963) e molti altri.
Cashdan condivide il mio interesse per i modelli di processo e nella sua ricerca di meta modello ne ha dedotto uno per il processo in psicoanalisi (Cashdan, 1973):
1. Iibera associazione;
2. frustrazione di procedura;
3. regressione (nevrosi di transfert);
4. presa di coscienza del transfert (transference insight);
5. presa di coscienza propria (insight proper).
Avete la sensazione di un nucleo in comune? Naturalmente un esame esauriente dovrebbe aiutarvi di più ma anche questi titoli hanno qualcosa in comune. Poiche questi sono modelli per la guarigione da qualche sorta di «trauma» essi non menzionano lo stadio dello shock come nei modelli di crisi. Ma diamo un'occhiata al secondo stadio di ogni modello. Per caratterizzare questo stadio vengono usati termini come regressione, scatenamento, ristrutturazione, attivazione (enactment), lotta e frustrazione. Lo stadio successivo e caratterizzato da termini quali: catarsi, normalizzazione, confronto, fuga e transfert. E gli ultimi stadi sono caratterizzati da termini quali, esecuzione (performing), affrontare (coping), interiorizzazione e presa di coscienza. Coloro che cercano dei meta modelli hanno osservato queste similitudini. Lacoursiere (1980) per es. ha esaminato circa cento modelli di processo e propone il seguente schema, in cui possiamo riconoscere quello che abbiamo visto negli esempi di cui sopra:
1. orientamento (orientation);
2. insoddisfazione (dissatisfaction);
3. risolazione (resolution);
4. produzione (production);
5. conclusione (termination).
Vorrei concludere questa rassegna facendo riferimento ad un modello proposto da Macy (1983). E' unico in due sensi: primo, e applicato direttamente al lavoro per la pace e secondo, non e basato sulla tradizionale psicologia dell'Ego ma la trascende in una psicologia transpersonale, che considera anche la dimensione spirituale.
Questo e il modello di Macy:
1. Il lavoro sulla disperazione (despair work) in cui «evochiamo e ci confrontiamo consciamente con le realtà del nostro tempo planetario... e ci rendiamo conto, sperimentiamo, esprimiamo e convalidiarno le nostre risposte emotive a queste realtà» (ibid., p. 69). II metodo più usato è quello di «condividere» il nostro dolore per il nostro mondo.
2. La svolta (the turning) in cui «la natura collettiva del nostro dolore per il nostro mondo è riconosciuta come prova della nostra interesistenza, che rivela il più ampio contesto a matrice transpersonale della nostra vita» (ibid., p. 69). Un metodo usuale in questo stadio è la meditazione guidata ed altri metodi che ampliano la nostra consapevolezza e si focalizzano sulla nostra interconnessione. Quello che accade qui e che «il dolore si trasforma in potere« (ibid., p. 69), è una vera svolta con risultati sorprendenti.
3. Il lavoro del renderci capaci (empowerment work) in cui «esploriamo i tipi di poteri... disponibili... su due livelli... spirituale e pragmatico» (ibid, p. 69). Ma non si è ancora pronti per grosse azioni. All'interno di questo stadio si comincia con:
- lo sperimentare il potere in noi. Il neonato potere ha bisogno di essere esplorato per vedere quello che è capace di fare e deve anche essere approfondito ed esaltato. Questo stadio spesso è trascurato dal movimento per la pace che tende a riversare grandi incarichi sui nuovi proseliti.
- Chiarire le nostre visioni. Per visioni Macy intende sia il nostro vedere che le nostre visioni nel senso analogo a rivelazioni. Abbiamo bisogno di sapere non soltanto contro cosa lottiamo ma anche per cosa lottiamo. Abbiamo bisogno di sapere che aspetto hanno la pace ed un mondo pacifico.
- Sviluppare abilità e strategie.
Dunque questa analisi dei modelli di processo (che ovviamente è più profonda nella relazione completa) ci ha portato a proporre un modello per l'attività per la pace. La presentero accompagnato da alcuni brevi commenti ad ogni stadio. I 5 stadi del nostro modello sono:
1. allarme;
2. dialogo;
3. interconnessione;
4. ricarica;
5. azione.
II modello include un primo stadio di allarme. Questo corrisponde allo stadio dello shock nei modelli sulla crisi traumatica Come ho già detto non è consueto includere lo stadio dello shock nei modelli curativi, ma abbiamo scelto di farlo perche i messaggi di ricorso alla paura sono molto usati nel lavoro per la pace. La gente non parla della minaccia nucleare non perché non sappia, ma rimane silente perché spaventata da quello che sa. Il movimento per la pace non ha bisogno d'impaurire di più la gente ma se per abitudine o pregiudizio usa messaggi di ricorso alla paura deve proporli all'inizio e far seguire dopo un processo di risanamento (stadio 2-5). E bisogna degenerare ponendo un tema allarmante in qualche punto tra gli stadi 3, 4 o 5, perche allora si rovina il processo curativo e si deve ricominciare tutto daccapo.
II secondo stadio del Dialogo corrisponde a quello della elaborazione (working through) di Cullberg ed a quello del Lavoro sulla Disperazione di Macy ed agli stadi simili nei modelli riportati. Lo scopo principale è quello di ristabilire il dialogo, di indurre la gente ad esprimere i loro pensieri e sentimenti sulla situazione. Porta alla coscienza che non sono solo, che condivido la problematica con le persone nel gruppo.
Nello stadio della Interconnessione gli aspetti rilevanti comuni vengono elevati ad un livello mondiale. Non sono soltanto del nostro gruppo, li condividiamo con tutti gli esseri umani. Macy li porrebbe ad un livello cosmico includendo tutti gli esseri, I'intero Universo. Tutto ciò che promuove questa interconnessione sara idoneo in questo stadio: per portarci attraverso il dolore al potere, alla sinergia, che e una parola per dire potere con invece di potere su.
Nel prossimo stadio iniziamo la ricarica del nostro nuovo potere. Allora siamo pronti per l'azione.
Come usare un modello di procedimento (process model) nel lavoro per la pace
E' importante sottolineare il significato della parola «procedimento»: gli stadi di un procedimento sono posti in relazione tra di loro da un complesso di principi che. Cashdan (1973) chiama la continuità, l'ordine (ordinality) ed il principio della non esclusione. II principio della continuita afferma che la sequenza è critica, ogni stadio e un prerequisito per il successivo. Il principio dell'ordine afferma che la sequenza degli stadi è fissa. Il principio della non esclusione afferma che nessuno stadio può essere escluso.
Abbiamo già detto che se nell'attivita per la pace si hanno degli elementi che provocano allarme, bisogna portarli all'inizio. Se si spargono nel programma, si deve riniziare dallo stadio dell'allarme. Nello stesso modo non si può dire «non c'e tempo per argomenti che contribuiscono alla Ricarica percio andiamo direttamente al da farsi» perchè allora non si raggiungera lo stadio dell'Azione!
Così potete utilizzare questo modello per pianificare il vostro programma o la vostra attività per la pace. Potete utilizzare unampia serie di stimoli nel vostro programma: film, conferenze, discorsi, musica, preghiere, gruppi di lavoro, appelli. ..qualsiasi cosa. Ma dovete prendervi il tempo per analizzare a quale stadio un determinato stimolo fornisce un contributo? Quindi li svolgerete nel modo ottimale seguendo la sequenza del modello proposto. Quello che fate è di pianificare le vostre attività per la pace per aumentare la possibilità che esse contribuiscano ad attivare la gente. L'analisi potrebbe mostrare che nel vostro programma non ci sono elementi che danno un contributo per es. allInterconnessione. Non potete escludere questo stadio per questo motivo, dovete cercare qualcosa che porti il gruppo attraverso lo stadio dellInterconnessione.
Abbiamo fornito altrove un esempio completo di una simile analisi (Parknäs, 1987). Voglio fornirne un altro che mi e stato raccontato per sostenere la lotta per la democrazia in Sud Africa. Uno dei membri che aveva sentito parlare del nostro modello di procedimento, propose un'analisi del programma. Essi si chiesero per ogni canzone: «A quale stadio pensiamo che questa canzone dia un contributo?» Riorganizzarono così lordine delle canzoni seguendo gli stadi di processo. Mi dissero di non aver mai dato un concerto migliore. La gente non se ne ando prima della fine, cosa che accadeva di frequente prima. La gente non voleva andar via nemmeno alla fine del concerto, così fecero una discussione lunga e significativa come mai prima d'allora.
Voglio dare un particolare monito rispetto all'idea che una certa iniziativa possa essere un buon metodo. Per es.: il taglio delle colombe di pace è comunemente usato in Svezia nel lavoro per la pace con i bambini nelle scuole. E' un buon metodo? Ritengo che potrebbe dare un contributo al processo se usato nello stadio 4, quello della Ricarica. Ma offrirlo ai bambini nello stadio Allarme e quasi cinico. Penso a quello che è successo ad una ragazza di 13 anni che scrisse una poesia in cui descrisse i suoi incubi sulla guerra e termino con queste parole: «Ma domani taglieremo le colombe della pace a scuola! E... se non servisse?»
Come psicologi abbiamo la responsabilita di trasmettere tutta la nostra sincera conoscenza al movimento per la pace.
Come attività per la pace abbiamo la responsabilità di usare questa conoscenza
Bibliografia
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Abstract
This work emerged out of the fact that the peace movement does not always seem to use psychological research data in planning its activities.
The first part of the report deals with fear arousing messages and their effects. It surveys over 30 years of research.
In the second part we rely on crisis theory in describing what happens to people when threatened by a nuclear war.
The third part gives a survey over process models helping us to find what will lead us from an alarm stage to an action stage.
The fourth part is a discussion of the other parts ending up in a proposal of a process model that can be used in peace work.
Articolo ricevuto nel dicembre 1990., revisione ricevuta nel marzo 1991.
Le richieste di estratti vanno indirizzate a:
Lennart Parknäs
Örlinge
S - 733 99 Möklinta
Svezia
Tel: 0046-224-83084
Fax: 0046-224-83089
e-mail: [email protected]
Aggiunta alla bibliografia
Parknäs L. (1998) Attivi per la pace. Manuale per la gestione det percorsi emotivi nei gruppi. Molfetta: edizioni la merdiana.